Molti stili una radice
Il sud est asiatico è un’area geografica che ha subito molte variazioni fisiche durante il trascorrere dei secoli. Dall alba della civiltà si sono succeduti 4 imperi e in ognuno di essi cultura e tradizioni si sono evoluti in ciò che oggi come allora si chiama Silat. L arte della guerra era patrimonio diffuso a più livelli sociali, tanto è vero che ci sono alcuni stili che hanno enfatizzato l uso dei i oggetti comuni come armi, in relazione al background culturale in cui lo stile sono i sviluppava. Ad esempio alcuni usano maggiormente il Parang (machete) altri l’ ascia o il sarong, e studiando il loro syllabus è possibile comprendere il tipo di influenza che una classe sociale ha avuto sul loro sviluppo. Se oggi andassimo in visita in quell’ area troveremmo molte cose comuni, dal modo di vestire ad una maniera comune e semplice di interagire a livello sociale. È una culla. Nusantara (il Sud est asiatico appunto), è stato da sempre meta di migrazioni, a scopo culturale, esistenziale ed economico. Oggi convivono pacificamente le più svariate culture e religioni, in un vigile equilibrio garantito da apertura mentale e amore per le proprie radici. Proprio questo legame alla propria terra e alla famiglia ha dato il la alla nascita di una delle più complete arti da combattimento del pianeta. Secoli fa era possibile andare a piedi da un capo all’altro di tutto quel territorio. Ciò ha fatto sì che ancora oggi siano riscontrabili moltissime similitudini a dispetto di differenze marcate. Il Silat è un arte da guerra, ma anche uno stato mentale, un approccio all’esistenza, potremmo dire. Cercare di spiegare o raccontare il Silat in poche parole è quantomai un’impresa ardua, ma spiegarne i capisaldi no. Il suo nome, Silat, come spesso accade per le parole del mondo Malay, è un’abbreviazione. Il nome completo sarebbe Si-Kilat, dove “kilat”significa “fulmine”, e per questo la traduzione sarebbe “colui che si muove come il fulmine”. Poiché però in tutta quella area geografica è consuetudine accorciare nomi e parole, esso è diventato SILAT. Questa definizione sembrerebbe estremamente collegata con il combattimento, facendo infatti riferimento esplicito al footwork, cioè il lavoro dei piedi. Ma stiamo parlando di un’ ”arte”, di conseguenza anche la dimensione interiore ha una rilevanza determinante. Pensiamo ad un iceberg. Ciò che è visibile è un solo quarto del tutto. Per le arti marziali è lo stesso. Dal punto di vista strettamente materiale,se guardiamo la foto di una saetta, notiamo subito che il suo movimento è pieno di angoli, poiché in quei punti ci sono delle occlusioni al passaggio della carica elettrica, perciò muoversi come il fulmine significa evitare di insistere contro i punti di forza dell’avversario ma combattere con intelligenza sfruttando le sue debolezze, e fin qui direte voi, non ci sono novità sensazionali… è dal lato interiore che c è da parlare un po’ di più. Chi mi conosce sa che amo fare collegamenti, bene, mettiamo nell’equazione il tempo. Il tempo è un’unità di misura frutto di analisi umane, ma è relativo. Di fatto il verificarsi delle condizioni favorevoli origina questo terribile fenomeno naturale, ma prima dell’evento l’energia che sarà poi sprigionata dal fulmine si trova già lì, sotto forma di energia potenziale. Questo, traslato in ambito umano, significa che il Pesilat, cioè il praticante di Silat, possiede già oneri e onori relativamente questa potenza, essendo sempre guidato da essa, anche quindi al di là della dimensione dello scontro. Il fulmine era considerato l’arma degli dei per punire i malvagi quindi assolutamente il Pesilat deve mettere le sue qualità per aiutare, avere un atteggiamento creativo, evitare la competizione, intesa come giudizi su persone, o l arricchimento a discapito del prossimo. Muoversi come il fulmine significa anche essere umili e rispettosi, poiché per quanto sia devastante e inarrestabile questa energia si esaurisce sempre a terra, come un inchino…

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